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CORRIERE DELLE SERA

IL CORRIERE DELLA SERA - CRONACHE 01/02/2019 (Link all'articolo)

studenti con docente MIT

Sono le sette di sera e non se ne vanno. C’è da capirli: in pochi mesi hanno costruito una galleria del vento, un’arpa-laser che a ogni raggio fa una nota, una mano meccanica che fa venire in mente Tony Stark nel laboratorio di Iron Man, più una serie di cose che uno studente-tipo di un liceo-tipo italiano non è propriamente abituato a mettere insieme in classe. Ma al Liceo scientifico «Roiti» di Ferrara da un po’ di tempo succede. In collaborazione con gli studenti e i prof del Massachusetts institute of technology. Con un tale successo che in aula e nei corridoi — è l’ora di cena di ieri — di ragazzi ce ne sono ancora quasi cinquanta. E non se ne vanno.

Mente e mani

Il progetto, che oggi pomeriggio verrà presentato in un open day appositamente organizzato, ha un nome e una storia. Si chiama «Hands on Physics with Mit»: le mani sulla fisica. Letteralmente, perché in concreto si trattava appunto di proporre il motto latino «Mens et Manus» che da sempre caratterizza la prestigiosa università americana come metodo per avvicinare i giovani studenti alle tradizionalmente ostiche discipline dell’acronimo Stem: science, technology, engineering, math con annessi e connessi. La mente e la mano, insegnare facendo. La professoressa Cristina Trevissoi — responsabile del progetto in collaborazione con Mariacristina Fornasari, Serena Parma e Daniela Rizzieri — racconta che tutto in realtà era nato nel 2014 quando il liceo scientifico tuttora guidato dal dirigente Donato Selleri aveva aderito al «Global teaching lab» promosso dal ministero dell’Istruzione università e ricerca. Tra le 18 scuole italiane che parteciparono all’iniziativa il «Roiti» fu primo e vinse una borsa di formazione internazionale per docenti presso il Mit. La professoressa Trevissoi andò. Da allora la collaborazione con l’università americana non si è più interrotta.

«Si può fare»

Un anno fa iniziò un fitto scambio di contatti e videoconferenze tra studenti nonché prof della scuola italiana e un team di sei esperti del Mit coordinato da Edward Moriarty, il cui lavoro è quello di promuovere una «mission» specifica dell’ateneo statunitense: diffondere nel mondo, nelle scuole superiori e anche alle medie, i metodi del problem-solving e del can-do, insomma dell’armeggiare, investigare e inventare. A questo scopo hanno allestito una apposita «task-force», l’hanno chiamata proprio così. «Make the world better» è l’altro motto del Mit. Poi ferraresi e americani si sono conosciuti di persona. E lo scorso autunno Moriarty è arrivato nella città degli Estensi con alcuni studenti suoi e dei suoi colleghi per tenere le prime «lezioni». Per liceali del triennio. È stato un botto.

Scambio allargato

Gianluca Vinci, che fa la quinta, la racconta così: «Mi aspettavo la solita conferenza. Invece per la prima volta ci siamo trovati mescolati, studenti e professori, a cercare insieme la soluzione di un problema». È stato in quei giorni che, per dire, hanno iniziato a costruire il modello della galleria del vento. Poi il resto, finora sei aggeggi di vario genere. E la scorsa settimana gli americani sono tornati. Per stare fino a martedì. Sei studenti e due professori, sempre guidati da Moriarty. Ospiti rispettivamente — per il tempo del loro soggiorno — di altrettante famiglie di studenti e insegnanti del liceo. Tutto questo mentre il progetto ha coinvolto sempre di più non solo la stessa Università di Ferrara ma anche alcune scuole medie della città. «Quando iniziammo doveva durare qualche settimana — ha ricordato il dirigente Selleri — ora invece abbiamo contatti anche con Barcellona, Los Angeles e il Brasile».

L’importanza della squadra

«La cosa più straordinaria che ho imparato — riprende il giovane Vinci — è lavorare in squadra. Vale anche per la vita: non è mai detto che la tua visione sia quella giusta». Ed ecco Ilaria Bertoli, fa la quinta pure lei: «Ora so cosa voglio fare nella vita». Moriarty guarda e sorride: «Il problema dell’insegnamento è quando diciamo ai ragazzi cosa pensare ma li priviamo della curiosità, della meraviglia che genera passione e fantasia. Qui a Ferrara un ragazzo ha trovato la soluzione di un problema tecnico che noi al Mit, credetemi, non avevamo risolto». Lo chiamano. Sette e mezza, e sono ancora lì.

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