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Gianfranco Rossi - Nove studi sulla sua opera

Dai saggi critici di ogni nuova edizione del Premio Rossi per la Giovane Letteratura emergono caratteristiche nuove. Tutti i testi dell’ultima rassegna sottolineano nella solitudine il carattere comune alla narrativa e alla lirica dell’autore ferrarese. Una solitudine che agisce a due livelli: quella in cui si muove l’autore il quale, pur tra una moltitudine di personaggi, di cose e di animali rivendica per sé il diritto a una meditazione solitaria e quella delle sue figure esse pure sole nell’invenzione di

un’avventura e di un destino.

Si ha come l’impressione che questi giovani critici siano giovani soli che cercano nel poeta e nel narratore l’amico con il quale intrecciare il muto dialogo dell’empatia. Un dialogo tessuto spesso di dolore ma non di sconfitte: è interessante notare come nessuno dei giovani interpreti Rossi come un perdente. Si è detto più volte che, se l’umanità prediletta da Alessandro Manzoni è quella degli Umili, la prediletta da Giovanni Verga quella dei Vinti, protagonisti delle pagine di Gianfranco Rossi sono gli Avventurieri. Come recita un suo titolo, Gli ultimi Avventurieri, sono questi antieroi che la vita, seppure negata da una quotidianità senza colori, se la inventano in mille modi fino a diventare autori di se stessi.

Luogo emblematico e ricorrente di questa invenzione è Ferrara, luogo “della memoria e

dell’ossessione”, lontana da moduli neorealistici o bassaniani, bensì “imprevista e originale” come sottolinea qualche giovane critico, sottraendosi ad una facile lettura realistica. Strade, case, teatri, mercati della città rossiana non sono gli stessi di quelli di Alberto Moravia, scrittore che Rossi amava.

Al contrario, la città di Rossi si piega alle esigenze di un racconto anche intimistico fino a diventare una chagalliana città di tetti dove danzano i gatti.

 

 



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